Cinquant’anni,                  

dieci lustri, centinaia di mesi, miglia di giorni. Troppi? Forse. Di certo mezzo secolo di vita può fornire materiale sufficiente per fare il punto del proprio percorso, non solo artistico. E un bilancio così impegnativo per un idealista sognatore (spesso contro ogni ragionevole interiezione emotiva) non può iniziare dalle cose, siano esse gli obiettivi centrati come le sconfitte subite: deve iniziare dalle persone, da quei piccoli immensi capisaldi della vita che sono gli amici, gli affetti, gli sguardi oltre le parole, i pensieri a lunga gittata. Inizia, deve iniziare, dalle pulsioni e dalle sensazioni, dalla memoria nutrita con pappa reale e dall’oblio spesso rincorso dietro angoli spigolosi. La vita, anche questa volta, inizia dalla vita, dal sangue che scorre rapido e grosso fino ai viottoli più periferici, che scappa via ad irrorare i pensieri che si fanno caldi e accoglienti per i momenti più freddi. Così nasce l’idea di un omaggio a quanti ci sono, anche distanti mille miglia e a quanti non ci sono più ma sono così generosamente vicini che continui a toccarli, a quanti ci sono  stati  e sono  spariti  d’un botto, con la  velocità di meteore tornano a lasciare strascichi luminosi. Senza dimenticare coloro che, da vicinissimi che erano, sono diventati algidi come il ricordo del primo dolore accartocciato nella tasca del cappotto buono, quella dove non affondiamo la mano per paura di slabbrarla. Anche a loro l’omaggio è dovuto per quello che sono stati e per quello che avrebbero potuto essere, sempre che il beneficio dell’immaginario possibile affascini ancora qualcuno.

Così l’occhio indaga sulle rughe, sorvola sguardi diversi sempre appassionati, scivola sui segni del tempo, sugli incavi che i sentimenti generano anche nelle superfici più levigate, come il viso paffuto di una bambina, di tua figlia, 

che acchiappa una smorfia che le sfarfalla intorno  e se la stampa in faccia per entrare di prepotenza nella galleria dei volti che affollano la koinoinia di un uomo poco avvezzo alle mediazioni, poco incline ai patteggiamenti, assolutamente negato per le transazioni di pezzi di sé in cambio di promesse non cercate. Vivere l’arte può essere difficile, quasi impossibile, senza parti di te che intorno a te vivono, uomini e donne di cui vive il tuo oggi e il tuo domani, senza rimpianti per ieri perché il rimpianto è proprio di chi è destinato a essere infelice. E non si può essere infelici con tanti amici intorno, con tanti sguardi in cui riflettersi anche a distanza inaudita. Si può essere tristi, a volte. Si può essere arrabbiati, spesso. Ma infelici mai.

Angela Manganaro