“Cannaò: Segni di passione e incanto” di Bruno Corà (dal catalogo PASSIONE E INCANTO)                    

Quello compiuto da Michele Cannaò è un doppio viaggio dell’immaginario compiuto con un’intenzione auto identificativa.  Da una parte la partecipazione individuale a una drammaturgia di passione e morte di un Giusto tra gli uomini e le donne del suo tempo e di tutti i tempi, dall’altra l’avventura poetica non meno intessuta di dramma e di peripezie dell’uomo-ulisse prototipo di quell’identità che, attraverso infinite esperienze e un processo iniziatico, configura il corso della vita, le sue prove, i suoi problemi, i suoi esiti.

Per un binario narrativo così emblematico, Cannaò ha dovuto mettere a punto due sistemi di denotazione iconografica differenti, nonostante che il segno di cui ha fatto uso sia pressoché il medesimo. E’ stato come cantare storie di morte e d’avventura con gli stessi sostantivi, i medesimi verbi, un’analoga punteggiatura, ma ottenendo ora il pathos e la malinconia, ora l’euforia e la catarsi. E se la sequenza delle ‘stazioni’ di passione del Nazareno fanno sovente ricorso al dato macroscopico che evidenzia atti, moti d’animo, emblemi, dettagli, cioè aspetti distintivi di un dramma che ha messo sotto gli occhi dell’autore stesso, ancor prima che dell’osservatore, i vertici di una tensione espressiva, gli oli su tela del ciclo Incanto appaiono ‘costruiti’ mediante un felice connubio di forme sintetiche, segni archetipali, colori evocativi di una mediterraneità e solarità che si coniuga costantemente ai miti marini e alle derive umane e sovrumane di cui la storia europea è intessuta. (…)