Due righe lunghe vent'anni

di Alberto Cavicchi (critico d’arte)

   

I ricordi si stemperano nelle rifrazioni dello specchio che il tempo e gli avvenimenti confondono nel gioco di una vita vissuta tra gli estremi di immagini pietrificate e rappresentazioni eteree. Tutto si confonde tra scorie di rimpianti e rimorsi e frammenti di sorrisi e tenerezze, quasi che il silenzio della memoria conduca per mano tra filari silenziosi di un autunno di foglie accartocciate e nebbie soffuse.

Non ricordo di preciso quando incontrai la prima volta Michele Cannaò, ma dovette essere in un pomeriggio d'autunno (o di primavera?) di molti anni fa, probabilmente nello studio milanese di Togo. Un incontro casuale nello studio di un pittore messinese, frequentato da altri amici siciliani e in cui io, da poco trapiantato a Milano, m'ingegnavo raccontare mie visioni d'arte.

 

 

 

 

 

 

Da quel primo incontro con Michele nacque un'amicizia resa fraterna dalle assidue frequentazioni. Ricordo con nostalgia le nottate passate in quella specie di soffitta allora abitata da Michele e Angela a pochi passi da Porta Romana. Come dimenticare quelle nostre lunghissime chiacchierate notturne nelle due stanzette fredde e umide, di fronte a quelle che Michele, non  senza ingenuità, chiamava le sue prime opere milanesi? E come sarebbe possibile descrivere diversamente le “aquile non ancora guerriere” ma così tese e inquietanti che ci osservavano dalle pareti grigie da cui pendevano i fogli di carta da pacco, supporto etereo al loro volo monocromo? 

Da dove Michele traesse allora la forza che metteva in quelle creature antropomorfe non so. Forse quelle “aquile non ancora guerriere” altro non erano se non la trasposizione di una tensione emotiva che veniva rapprendendosi in immagini. Di certo chi non conoscesse il senso di quella forza repressa nell'attesa di un avvenimento che accadrà (inevitabilmente accadrà) non potrebbe comprendere fino in fondo cos'è stato il lavoro successivo di Michele. Un lavoro dentro il quale si scorgono riferimenti letterari ed esperienze di quotidianità, ma che non sarebbe stato lo stesso se non l'avesse animato la rabbia e l'orgoglio di chi non sa e non pretende ma sente e prefigura.

Certo la metafisica di Savinio non è estranea ai grandi quadri del proscenio della vita, così come Picasso influenza la rilettura tauromachia del sarcastico Toro Arturo.  Ma l'arte è altro dalle suggestioni intellettualistiche. E' sangue, sudore e merda. Materia organica mischiata ad emozioni, sogni e incubi. Forza e debolezza, coraggio e paura. Infine consapevolezza e incoscienza.

Gli anni dell'incontro con i pittori del gruppo Aleph di corso Garibaldi e della vecchia e nuova “avanguardia” post-sessantottina del Ticinese sono senz'altro stati anni di formazione, ma non certo decisivi per lo sviluppo dell'autonoma ricerca espressiva di Michele. Semmai altri possono essere considerati i referenti suscitatori di riflessioni e di produzioni artistiche. L'incontro a distanza con Sciascia e l'elaborazione di una sicilianità lontana dagli stereotipi, per esempio. O l'avvicinamento alla modernità di ricerca delle musiche di Sciarrino. O, ancora la rilettura del teatro di Pirandello, manifestazione dell'introspettività e del paradosso.

La multimedialità nell'arte e nella rappresentazione è terreno scivoloso per chi non abbia padronanza degli strumenti del “dire”, senza i quali l'ecletismo è solo dilettantismo. In Michele invece la curiosità di ricerca ed espressione ha trovato sintesi nella fusione di diverse discipline complementari, fuse nell'elaborazione di una originale visione.

Le esperienze teatrali milanesi e siciliane non l'hanno distolto dalla riflessione sulla propria maniera pittorica; l'hanno invece indotto a ripensare una pittura-pittura che accorpa emozioni e concettualizzazione. Come altro potrei considerare il gesto che Michele ha prodotto nella creazione del suo ultimo ampio lavoro, che nella composizione a trittico sembra preludere alla più favolistica delle didascalie mentre negli esiti si presta a mere interpretazioni simboliche, se non come cornice in cui la fissità del paesaggio e l'estraneamento dei personaggi nulla hanno del naturalismo classico e anzi richiamano la scenografia di una rappresentazione dell'assurdo.

L'immagine archetipa delle “aquile non ancora guerriere” riemerge lungo un percorso di due righe in vent'anni, occupando lo straniamento di un bambino con la palla, plasmando il ghigno di un toro sardonico, stendendo un velo di glaciale sospensione su un vecchio deforme e senza passato. In ogni caso un soggetto solo, che solo all'amico è svelabile.